Da dove nasce l’abitudine di comprare olio a 4,99€ al supermercato? Dalla mancanza di cultura scolastica e familiare. Il ruolo chiave dei banchi di scuola, i dati globali e la proposta di inserire l’olio tra le materie di studio.
Quante volte entriamo al supermercato, guardiamo lo scaffale e ci fermiamo davanti a bottiglie di olio extravergine d’oliva vendute a 4,99 euro o poco più? Lo facciamo perché la crisi economica morde, certo. Ma la verità, quella scomoda che facciamo fatica ad ammettere, è che dietro a quel prezzo c’è un vuoto culturale enorme. C’è la totale assenza di conoscenza di un prodotto che rappresenta il pilastro assoluto della cucina mediterranea.
Facciamo un passo indietro. Anzi, facciamone due: torniamo a quando eravamo bambini.
Nelle scuole, nei libri, a tavola con i genitori, ci hanno insegnato a distinguere i tagli di carne, a riconoscere un buon vino, a capire la differenza tra un formaggio industriale e uno artigianale. Ma dell’olio? Dell’olio extravergine d’oliva si è sempre pensato che fosse un liquido anonimo buono solo “per ungere la padella” o per condire l’insalata alla rinfusa. Nessuno ci ha mai insegnato a riconoscerne i profumi, a percepire l’amaro e il piccante come indici di qualità e salute, o a capire che un frantoio artigianale non produce semplicemente grassi, ma biodiversità, territorio e cultura.
Il riscatto dell’olio nasce dai banchi di scuola
Se vogliamo davvero invertire la rotta, il vero salto di qualità non può che partire dai più giovani, e dunque dalle aule scolastiche. Oggi esistono già lodevoli iniziative portate avanti sul campo da associazioni di categoria — pensiamo ai percorsi e ai progetti didattici promossi da realtà come Città dell’Olio per avvicinare i bambini al mondo rurale e alla conoscenza del frantoio. Ma si tratta spesso di iniziative lodevoli ma frammentate, affidate alla buona volontà dei singoli istituti o degli enti locali.
Come ha evidenziato con lucidità Antonio Persico su OlivoNews, «il riscatto del nostro olio nasce dai banchi di scuola». Non basta più delegare la sensibilizzazione a laboratori estemporanei o a gite scolastiche sporadiche. Il vero salto di qualità lo faremo solo quando la cultura dell’olivo entrerà organicamente nei programmi scolastici, diventando una materia o un asse formativo strutturato all’interno dell’educazione alimentare e civica. I bambini di oggi sono i consumatori e i produttori di domani: se non imparano a riconoscere il valore di un extravergine a scuola, continueranno a subire le logiche del supermercato da adulti.
La geografia mondiale dei consumi e il valore del tempo
A ricordarci quanto questo mercato sia vasto e strategico ci sono i numeri: un recente studio condotto dal professor Juan Vilar nell’ambito dell’Innova Olive Oil University Classroom fotografa una realtà globale in cui l’olivicoltura si muove ormai in 67 Paesi produttori e 198 Paesi consumatori. La previsione dell’Innova Classroom indica che nei prossimi ventiquattro anni il consumo mondiale crescerà tra il 14% e il 20%.
Eppure, mentre il mondo intero scopre e valorizza l’olio d’oliva, nei Paesi di antica tradizione rischiamo di smarrire il senso della misura.

Pensiamoci: un litro di buon olio extravergine d’oliva in una casa media dura tranquillamente una settimana, spesso di più. Stiamo parlando di una spesa di pochissimi centesimi al giorno per il pilastro della nostra salute. Eppure, mentre spendiamo cifre importanti per una bottiglia di vino o per uno sfizio alcolico, consideriamo l’olio un costo accessorio da tagliare al ribasso. Comprare un olio a 4,99 euro significa accettare un compromesso che calpesta il lavoro degli agricoltori e la nostra stessa salute.
Cosa possiamo fare da subito?
Non possiamo aspettare che la consapevolezza nasca da sola. Servono azioni concrete su due fronti: l’istruzione dei più piccoli e la ristorazione fuori casa.
Il primo fronte caldo sono i ristoranti. Quando andiamo a cena fuori, ci viene consegnata una carta dei vini spessa quanto un romanzo, con proposte al calice e abbinamenti studiati. Ma l’olio? Nella stragrande maggioranza dei locali, l’olio sul tavolo è un’oliera anonima, spesso rabboccata male, o peggio, un condimento di servizio scelto solo al risparmio.
Dobbiamo pretendere e promuovere le carte degli oli nei ristoranti. Immaginate di sedervi a tavola e poter scegliere quale extravergine abbinare al vostro piatto: un monocultivar fruttato leggero per il pesce, o un fruttato deciso e piccante per dare carattere a una bruschetta. La cultura passa attraverso l’esperienza sensoriale. Se il cliente prova l’olio buono al ristorante, guidato nel racconto delle cultivar, tornerà a casa con una consapevolezza nuova.
La battaglia per l’olio non è una questione da addetti ai lavori o da gourmet snob. È una questione di sopravvivenza culturale e alimentare. È ora di rimettere l’olio al centro della tavola, partendo dai banchi di scuola e trasformando ogni pasto in un’occasione per imparare a scegliere il meglio.





